GLI ALLIEVI DELLA SCUOLA CENTRALE ALLIEVI GIOVANNI AGNELLI NELL'ARTICOLO VIENE DESCRITTO COME VENIVANO FORMATI GLI ALLIEVI PER DIVENTARE "OPERAI FIAT"

Tratto da una storia di vita realmente accaduta

Dedico queste poche righe in modo particolare a chi, come me, ha avuto la ventura ed anche la fortuna di passare due o tre anni alla Scuola Allievi Fiat.

Questa che vi racconto è la mia storia riferita agli anni che vanno dal 1953 al 1956 e poi dal 1960 al ’62.

Mi riferisco alle decine e decine di ragazzi che, nei primi anni dopo la guerra e fino agli anni 70-80, terminata la scuola dell’obbligo inoltravano la domanda per essere ammessi a frequentare la “Scuola Centrale Allievi Giovanni Agnelli” della Fiat in Corso Dante, 103 a Torino.

Per chi aveva la fortuna di essere ammesso, i corsi duravano tre anni  per chi aveva frequentato la scuola d’avviamento o le scuole medie e solo due per chi aveva frequentato anche i due anni di scuola professionale.

Occorre dire che non era facile sottostare alla disciplina che ci veniva imposta ma la quasi totalità di noi arrivava alla fine dei corsi con un mestiere e un posto di lavoro sicuro.

Siamo nel 1953, e grazie anche ad una conoscenza di mia mamma, riesco ad entrare alla Scuola Fiat di Corso Dante, quell’anno in due fasi: la prima il primo Settembre e la seconda al 15, siamo entrati alla scuola in 160 su varie migliaia di domande presentate.

Allora, chi aveva insistito con maggior convinzione ad intraprendere quella strada era stato mio cognato, era stato lui a convincermi a fare domanda per entrare alla Scuola Allievi Fiat.

I ragazzi che frequentavano la scuola li conosceva bene fin dal tempo in cui lui era stato assunto alla SPA di Corso Ferrucci, mi diceva sempre:”Dammi retta, gli allievi della Scuola, quando arrivano in stabilimento hanno la strada tracciata, vedrai sarà dura perchè alla scuola sono severi ma se ti comporterai bene farai strada”.

Un giovanissimo allievo al lavoro su una macchina utensile ed un exallievo che svolge mansioni di istruttore

E aveva ragione specialmente per quello che riguardava il “sarà dura”!

Io facevo parte di coloro che erano entrati alla Scuola con il primo gruppo, vale a dire il primo di Settembre: quel giorno compivo 16 anni.

Da allora sono passati quasi sessant’anni, ma i tormenti, le preoccupazioni e le tribolazioni li ricordo come se fosse ieri.

La Scuola si trovava negli stessi capannoni che avevano visto nascere la Fiat nei primi anni del Novecento.

I primi quattro mesi, se non ricordo male però, li avevo trascorsi nelle officine sistemate sulla destra di Corso Dante poi, tutti insieme, avevamo traslocato occupando i capannoni sistemati sulla sinistra del corso ed erano più spaziosi e più ariosi.

La Scuola la dirigeva una persona molto distinta che noi tutti francamente conoscevamo poco come conoscevamo poco il suo primo collaboratore e tutti coloro che alla Scuola si occupavano di amministrazione.

Tutti noi conoscevamo bene il capo delle officine era una persona non molto alta quasi priva di capelli ed era dappertutto.

Come uno si muoveva dal posto di lavoro, per andare in magazzino o al gabinetto (naturalmente dopo aver ritirato la medaglia e aver segnato il proprio nome sul registro) ti trovavi i suoi occhi che ti fissavano come per dire:” Ti tengo d’occhio sai brutto lazzarone che non sei altro!”

Veduta sala macchine utensili

In effetti questa era una delle sue tante espressioni preferite, che ripeteva a tutti coloro che, durante la giornata, avevano la ventura di incontrarlo e l’altra sua frase che utilizzava sovente era:”Sei la vergogna dei tuoi genitori, ma ti drizzo io, vedrai”.

Tutt’intorno a lui c’erano sei o sette capi reparto, ne ricordo più di uno: come il responsabile del reparto aggiustaggio poi il responsabile del reparto torneria quello del reparto elettricisti e poi altri ancora.

Alle dipendenze dei capi reparto c’erano i vice capi ed infine i nostri istruttori: di questi ne trovavamo uno ogni quindici o sedici allievi, i quali giunti all’ultimo anno di permanenza alla Scuola, anzichè essere trasferiti nelle varie officine di produzione e tenuto conto soprattutto delle caratteristiche personali di ognuno, venivano trattenuti a fare da insegnanti agli allievi più giovani.

Come non ricordare anche a così tanti anni di distanza certi personaggi che sono rimasti impressi nella mia memoria, il capo reparto dell’aggiustaggio ad esempio non tanto grande di statura con le mani dietro la schiena lui era sempre al seguito del capo officina quando questo passeggiava tra i vari reparti.

Terminate le lezioni teoriche un gruppo di allievi giunge ordinatamente in laboratorio

Come potrei dimenticare quel capo sistemato sul fondo del reparto di torneria: lui non seguiva noi allievi bensì gli ingegneri ed i diplomati che sempre in Corso Dante frequentavano un breve periodo di tirocinio.

 Lui, forse, in virtù dell’esperienza che aveva come boxeur, ti cacciava in un angolo e poi ti diceva “In guardia, in guardia!” e poi ti rifilava con delicatezza il suo uno-due allo stomaco.

Alla Scuola c’era l’abitudine che tutti noi allievi non appena arrivati, facessimo un periodo di prova nei vari repartiprima di essere indirizzati verso quello in cui ognuno di noi si sarebbe poi fermato per tutto il periodo di permanenza alla Scuola.

Ho passato i primi mesi girando da un reparto ad un altro per poi essere destinato al reparto aggiustaggio.

Come, forse, molti sapranno, il mestiere dell’aggiustatore consiste nel lavorare con precisione con la lima: i lavori da effettuare durante le esercitazioni riguardavano la realizzazione d’incastri e di accoppiamenti di un pezzo rispetto ad un altro con la precisione di pochi centesimi di millimetro.

Però e c’era anche un però…. prima di arrivare alla realizzazione di quei lavori con così tanta precisione l’allievo aggiustatore doveva passare attraverso le cosiddette “forche caudine”.

Il primo lavoro affrontato, non appena giunto in reparto, era stato quello di asportare con la lima le due ali di un ferro a U lungo dodici centimetri e alto sette.

Una volta finito il primo via con il secondo e finito quello un’altro ancora.

Sul palmo della mano destra , quella che teneva l’impugnatura della lima, si formava una vescica che faceva spavento solo a guardarla….e guai a lamentarsi che faceva male o a provare a mettere uno straccio tra la mano e il manico della lima.

“Avanti, spingi!”diceva l’istruttore “Non stare a fare il solletico al ferro con quella lima!” e poi ancora “”Tieni bene aperti i piedi!”

Io quella lima da sgrossare detta anche “bastarda” la odio ancora adesso.

Dopo un mesetto di quel trattamento e dopo aver dimostrato di sapere impugnare bene la lima, l’istruttore ti permetteva di rovesciare il ferro a U per provare a spianare la parte inferiore.

Subito dopo si passava alla realizzazione del primo esercizio: il ferro a L, il lavoro, questa volta, consisteva nello spianare l’una dopo l’altra le due facce esterne di un pezzo di ferro a L lungo, all’incirca, una dozzina di centimetri e largo sette.

La lima che veniva usata, oltre alla bastarda per la sgrossatura, era la lima piatta per la finitura.

Alla fine del lavoro, che veniva realizzato in poche ore, le due facce del ferro a L dovevano essere perfettamente in piano e a novanta gradi tra di loro.

Una volta consegnato, il lavoro veniva controllato da un istruttore e gli attribuiva un voto sulla base del tempo impiegato e dalla precisione di come ognuno aveva realizzato il lavoro.

I miei primi lavori, per mia disgrazia, non riportavano quasi mai la sufficienza tanto da comportare una nota scritta che doveva essere firmata dal proprio padre:”Egr. Sign.xxx siamo spiacenti di doverle comunicare che suo figlio xxxx non ha riportato la sufficienza nella realizzazione dell’esercizio numero ecc.eccc. Distinti Saluti”.

La cosa curiosa era che ognuno, la nota, se la doveva scrivere di suo pugno, riportandola sul quaderno personale che era depositato con tutti gli altri, sulla scrivania del capo reparto.

Occorre dire che io i lavori li facevo piuttosto bene e con precisione però andavo oltre il tempo stabilito dal tempario e le mie note finivano sempre con la stessa frase:”Non ha riportato la sufficienza nella realizzazione dell’esercizio numero etc. per l’eccessivo tempo impiegato”.

Comunque sia, un esercizio dopo l’altro, ho trascorso quasi tre anni a “produrre limatura di ferro”.

A proposito di limatura, mi ricordo che tutti i giorni, poco prima delle sei di sera, cioè poco prima che suonasse la campana che annunciava la fine della giornata, ognuno si preoccupava di “grattare” la limatura di ferro caduta sul pavimento che era formato da cubetti di legno; poi a partire dal primo della fila ognuno scopava la sua parte fino all’ultimo che la raccoglieva con la paletta.

Gli esercizi più impegnativi che dovevamo realizzare erano la mortasa e l’incastro a doppia coda di rondine: il primo dei due esercizi consisteva nel realizzare un incastro tra un parallelepipedo largo più o meno sei centimetri, lungo dieci e spesso sei o sette millimetri, in una incisione praticata di traverso su un cilindro di circa otto centimetri di diametro: un esercizio diabolico, niente da dire.

Noi aggiustatori, nei tre anni trascorsi alla Scuola, ruotavamo periodicamente nei vari reparti che costituivano l’aggiustaggio, vale a dire il reparto calibristi, il reparto tracciatura, l’aggiustaggio tradizionale e l’aggiustaggio macchine utensili.

E’ proprio il periodo passato in quest’ultimo reparto che mi fanno venire in mente alcuni episodi curiosi:tra l’altro in quest’ultimo reparto il lavoro consisteva nel prendere una macchina utensile scartata dalla produzione e rimetterla a nuovo.

La macchina, a seconda della grandezza e della complessità, veniva affidata a tre o quattro di noi e poi veniva smontata completamente.

Ecco che poi si incominciava con il “raschiettare” le guide di scorrimento come pure le guide dei carrelli poi venivano rifatte tutte le viti e le boccole di bronzo, ogni particolare era controllato e revisionato.

Poi, un pezzo dopo l’altro, la macchina veniva rimontata e riverniciata a nuovo.

Quella della revisione di una macchina utensile era un lavoro che comportava diverse settimane di lavoro però con tanta soddisfazione per chi era impegnato in questa attività.

Il reparto revisione macchine era diviso in tre squadre ognuna coordinata da un capo, li ricordo ancora tutti e tre per nome, tutti e tre con una esperienza lavorativa che era fuori da ogni discussione.

Le lezioni pratiche di aggiustaggio che impegnavano la gran parte del tempo erano integrate da lezioni di teoria, le materie sviluppate in aula riguardavano il disegno, la meccanica e la lingua inglese.

Quando si arrivava alla metà del mese di Maggio, per premio, partivamo tutti per la colonia alpina di Sauze d’Olux, ma questa è un’altra storia riguardante il prossimo articolo.

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12 pensieri su “GLI ALLIEVI DELLA SCUOLA CENTRALE ALLIEVI GIOVANNI AGNELLI NELL'ARTICOLO VIENE DESCRITTO COME VENIVANO FORMATI GLI ALLIEVI PER DIVENTARE "OPERAI FIAT"

  1. Io ho frequentato dal 1962/65. Tutto vero ma aggiungo, Il famoso Album, per punizione gli alfabeti in caratteri UNI, i primi tre mesi non potevi andare a bere, ti insegnavano a marciare. Allora il capo officina si chiamava Marisaldi invece un professore che ricordo si chiamava Spada. Aggiungo ancora quando eri alla morsa a limare ti segnavano con il gesso la posizione dei piedi e da li non ti potevi muovere, inoltre ogni sabato passava il capo squadra con l’istruttore a controllare i capelli se erano troppo lunghi e la sfumatura non alta ti mandavano dal parrucchiere. Finito la scuola sono andato alla Grandi Motori, dopo due anni sono partito per il militare e vi garantisco che la disciplina era molto inferiore.

  2. Grazie delle precisazioni Olindo!
    Nel nostro articolo abbiamo cercato di raccontare al meglio un mondo e un’ epoca che purtroppo non ci sono più.
    Saluti a te e familiari.
    MICHELE

  3. Ho frequentato il corso 64-65 confermo tutto quello che hai scritto, ricordo il mio capo-reparto Vigni. Ricordo la tanta disciplina e la rivista dei capelli al sabato.

  4. Sono un ex allievo, dei 30 inviati il 9.3.59 all’off.30 rip. stampi di Miraf. sud, leva 1*/41, militare prima ad Orrvieto e poi al 1°autoreparto della sc. della Mot. alla Cecchignola. Ero il primo della lista dei 20 ritornati a Torino alla 1^Ora, come da promessa del cap. Ciampi. Il destino ha deciso diversamente. Ero tornato a Torino per sostenere gli esami di riparazione per l’ammissione al terzo anno da perito. Sono ritornato Domenica mattina all’autoreparto alle 8 apprendendo che il gruppo era partito alle 6 per Torino. Chi mi ha sostituito in estremix? Nel 66 lascio la Fiat, collaudo modelli, ed entro nel corpo di VV.UU. di Torino dove mi congedo nel 1994 con il grado di tenente.

  5. Sono lo stesso RAVINALE Carlo del commento precedente. Anche mio fratello Sergio(leva del 47 )ha frequentato la sc. A.F. dopo di me. Il 19 marzo del 2016 è stato rinvenuto morto nel locale sottostante al suo garages alle Fornaci di Beinasco: La procura non ha ancora chiuso il caso. Gentilmente chiedo a chi ha frequentato la s.A.F. con lui ogni partecipazione al lutto che ha colpito la sua e mia famiglia con quanto possa ricordarlo.
    Doverosi ringraziamenti anticipati. Carlo R.

  6. Ciao Carlo!
    Apprendiamo questa BRUTTA notizia riguardante Sergio.
    Ci dispiace e da tutto il Gruppo Vintage ti porgiamo sentite condoglianze, anche se con molto ritardo.
    Ci facciamo portavoce attraverso il nostro blog di questa notizia.
    Saluti cari!

    MICHELE

  7. Cari ex Allievi Fiat,
    a tutti e in particolare a quelli che hanno frequentato la scuola negli anni tra il 1964 e 1970, vi segnalo un blog con foto della scuola alla pagina:
    https://www.fiatcares.com/exal/it-IT/foto/ Pages/ FotoSCAF2.aspx
    Potete osservare nell’archivio fotografico FOTO SCAF 2 l’immagine n. 10?
    qualcuno di voi sa dirmi se l’allievo che dialoga con l’avv, Agnelli potrebbe essere RAVINALE Sergio e di quale anno si tratta?
    grazie!

  8. Non so come mai, ma oggi ho ritrovato tra le mani il mio “album” e ho pensato ai miei tre anni alla SCAF 1967/1970 reparto tracciatura .
    Non posso che confermare quanto già scritto.
    Furono anni non semplici, ma utili per il mio futuro, prima a Mirafiori presse poi alla Fiat Cameri.
    Lasciata la Fiat la mia vita professionale ha preso una strada completamente diversa, ma la disciplina appresa alla SCAF mi è sempre stata di grande aiuto.

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