COME GUIDAVANO GLI ITALIANI (ultima parte) L'articolo spiega la condotta di guida nel dopoguerra e le abitudini degli italiani

Le rare automobili, e non importa di quale modello, erano un grande “status symbol”.

Le ragazze, parlando dei giovanotti dicevano inevitabilmente “…E poi ha la macchina!” , l’automobile in quegli anni era uno strumento di libertà incredibile e di prestigio infinito.

Tutta l’Italia infatti era confinata nelle città e nei villaggi e quasi nessuno viaggiava (i treni erano pochi e lenti e gli autobus dei ferrivecchi).

Girare per campagne e paesi era il privilegio di chi possedeva un’automobile o almeno uno scooter.

La Domenica si vedevano molti scooter, invariabilmente con due persone e poche automobili di solito stracariche di gente che andava in gita.

Negli anni ’50 quando la Fiat sfornò molte “Topolino” (500 C) le si poteva vedere con quattro persone a bordo dirette fuori città, i due passeggeri dietro stavano scomodissimi e si alternavano ogni ora con il passeggero fortunato che sedeva al fianco del guidatore.

Le 500 C erano decappottabili e per far stare i due malcapitati dietro, si montavano strane piccole tende a strisce sollevate di qualche centimetro, queste eleganti vetturette, che erano omologate per 95 Km/h, arrancavano stracariche a non più di 70-75 e, affrontando le salite, si dovevano fermare spesso per rabboccare il serbatoio dell’acqua.

Per fare ciò c’era sempre a bordo un recipiente tipo innaffiatoio che veniva tuffato nei freschi ruscelli e messa l’acqua la Topolino ripartiva con il caratteristico gemito della leva del cambio.

Le Topolino non avevano baule ma un’apertura per la ruota di scorta, le forature erano frequenti e tutti i topolinisti erano bravissimi nel cambiare una ruota mettendo i quattro dadi nel disco del coprimozzo rovesciato.

Uscita nel 1953 la 1100/103, a tutti parve un’auto da gran signori, era una macchina di linee squadrate e moderne.

L’auto dei veri ricchi era la Fiat 1400: grossa, tondeggiante, americaneggiante e pretenziosa.

Camminava bene, ma quando uscì l’Alfa Romeo 1900 apparve irrimediabilmente declassata.

La Lancia, accantonata la bella Aprilia, lanciò l’Aurelia (dal prezzo irraggiungibile per i più) e l’Appia prima serie che pareva una piccola Aurelia.

L’Appia era infinitamente più sofisticata della 1100/103 per la meccanica e per la carrozzeria.

Le portiere chiudevano con un tonfo sommesso, mentre quelle della Fiat no.

Se il panorama della produzione automovilistica italiana, tra il 1950 e il 1955 si era arricchito di belle macchine, il comportamento dei guidatori restava sempre quello degli anni precedenti.

L’automobile era uno strumento di potere, come una Colt 45 per un cowboy del 1880 nel Far West, serviva per corteggiare le signorine “Vuole un passaggio?” era la frase tipica.

Le signorine serie o già impegnate non degnavano di uno sguardo lo sceanzato moscone, ma molte altre, soprattutto la Domenica pomeriggio, accettavano.

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Pubblicità d’epoca per Fiat “500 A”
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Fiat “Nuova 500 Giardiniera”

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COME GUIDAVANO GLI ITALIANI (3° parte) L'articolo spiega la condotta di guida nel dopoguerra e le abitudini degli italiani

Le vetture non venivano mai collaudate dalle filiali o dai concessionari e spesso molti particolari erano montati male: portiere che scricchiolavano, maniglie che restavano in mano e così via.

 Le 500 avevano il famoso diaframma sul carburatore: un pezzetto di metallo che riduceva il diametro del flusso della benzina, e ciò era davvero un sistema draconiano per evitare i fuorigiri durante i lunghi e noiosi rodaggi a 60-70 Km/h.

I lampeggiatori non erano ancora stati inventati (arriveranno presto dagli USA) e per cambiare direzione c’erano due sistemi: se si voleva svoltare a sinistra si sporgeva il braccio dal finestrino; per entrambe le direzioni c’erano le due “frecce” azionate da un comando telescopico: erano frecce che si illuminavano (non sempre) uscendo dai loro alloggiamenti sui montanti del padiglione.

Lo “stop” si riduceva a una sola lampadina sul porta targa che si accendeva frenando ma era una luce scarsamente visibile.

Gli italiani dal 1945 sino alla metà degli anni ’50 guidavano malissimo, poichè non esistevano le code e se un guidatore raggiungeva un’altra auto suonava imperiosamente il clacson per chiedere strada, i semafori erano rarissimi e quasi nessuno ne teneva conto e passava con il rosso.

Cambiare la direzione di marcia o fermarsi lungo il marciapiede o cedere il passo a chi veniva da destra erano tutte occasioni in cui i neoautomobilisti tiravano fuori la loro parte peggiore.

I pedoni erano considerati dei paria, delle mere comparse che dovevano scansarsi al giungere della meravigliosa automobile…

Quasi non esistevano autostrade (a parte la Milano,Torino, la Milano laghi, la Milano Brescia, la Padova Venezia, e la Firenze mare che però erano stretti budelli a due sensi di marcia costellati di cartelloni di pubblicità) e i sorpassi erano micidialmente pericolosi.

Occorreva accodarsi al veicolo da sorpassare che di solito viaggiava a 70-90 chilometri orari e poi accelerare allo spasimo per arrivare ai 90-100-105.

Il vero problema era far scansare il veicolo davanti il quale invariabilmente accelerava per non farsi sorpassare: era difatti considerato umiliante, per se e per i passeggeri, essere superati anche da una vettura molto più potente.

Si ingaggiavano così duelli incredibili, con le due auto che correvano fianco a fianco per chilometri e il pericolo era l’arrivo, dall’orizzonte, di un’altro veicolo in senso contrario, e in questi casi bisognava desistere e poi ricominciare tutta la trafila!

Questa prassi del sorpasso (vedi anche il film di Dino Risi con Gassman e Trintignant) durò a lungo sino a tutti gli anni ’60 e restò purtroppo celebre qualche “delitto col cacciavite” tra automobilisti.

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Scena del film “Il sorpasso” di Dino Risi (1962)

Questo è il link in uscita “TRIBUTO AL MAESTRO DINO RISI” https://youtu.be/O7-aIg8dWTo

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COME GUIDAVANO GLI ITALIANI (2° parte) L'articolo spiega la condotta di guida nel dopoguerra e le abitudini degli italiani

Il Bailey è un tipo di ponte metallico costituito da elementi modulari.

Progettato per scopi militari, permetteva il transito di carri armati e di mezzi pesanti e non necessitava di mezzi particolari per la sua costruzione.

Ponti di questo tipo vengono ancora realizzati quando sia necessario ripristinare provvisoriamente il collegamento stradale tra due sponde di un fiume qualora un evento naturale, ad esempio un’ onda di piena, abbia distrutto o reso inagibile il manufatto originario.

L’acqua minerale non esisteva così come altre bibite: si poteva trovare qualche gazzosa, un’ acqua dolciastra quasi esplosiva.

Del resto gli italiani, in quell’anno fatidico, 1945, erano una razza del tutto speciale che è oggi purtroppo scomparsa.

Erano tutti molto magri, vestiti di abiti rivoltati con le toppe e calzavano scarpe di tipo autarchico, se le suole erano bucate, i ciabattini vi incollavano sopra delle suole di gomma (pezzi di pneumatici) e così le scarpe diventavano “tipo carro armato”.

Magri, malvestiti, qualche volta poco lavati (il sapone tardava ad essere prodotto) ma incredibilmente gentili e amichevoli, negli anni più bui della guerra era nata tra gli italiani, salvo rare eccezioni, la solidarietà vera: ci si scambiavano gli scarsi cibi, ci si aiutava in tutti i modi possibili, ci si interessava dei casi altrui che spesso erano drammatici.

L’egoismo era quasi scomparso, ci si sentiva membri di una collettività solidale, le decisioni politiche erano considerate come infortuni e malattie.

La ferocia di repubblicani di Salò e/o partigiani di ogni colorazione era narrata e accettata come una disgrazia o una calamità.

Gli italiani, poi, eccettuati i pochi proprietari di automobile, che erano i “ricchi” e qualche autista, non sapevano guidare, ne erano interessati ad imparare perchè non avevano i soldi per comprare un’automobile.

Nel 1945 poi la Fiat, la Lancia e l’Alfa Romeo stavano ancora sgombrando le macerie dei loro stabilimenti e solo verso la fine dell’anno uscì dalla catena di montaggio qualche contesissima vettura.

All’inizio del 1946 i concessionari avevano riaperto i loro negozi, che però malinconicamente vuoti oppure mostravano qualche auto “Non in vendita-Campione per esposizione”, però raccoglievano ordini e le relative caparre per consegne a 6-8 mesi o più.

Di colore della carrozzeria non era nemmeno il caso di parlarne quello che arrivava era buono.

Nelle filiali Fiat arrivavano i primi gruppi di 500 e 1100 con la fatidica parola “deliberato” scritta sul parabrezza con il gessetto giallo.

L’interno delle auto era foderato con carta da pacchi attaccata con gli adesivi perchè la plastica non era stata ancora inventata.

 

 

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COME GUIDAVANO GLI ITALIANI (1° Parte) L'articolo spiega la condotta di guida nel dopoguerra e le abitudini degli italiani

Appena terminata l’orribile, seconda guerra mondiale, il panorama motoristico italiano, intorno al 1945, era molto triste.

Sopravvivevano poche migliaia di automobili degli anni ’20 e ’30: soprattuttto Fiat 500 A, Balilla, 1100, 1500, alcune molto ambite Lancia Aprilia, ben poche Alfa Romeo e qualche lenta Bianchi 59.

Questi veicoli, che erano stati nascosti nei luoghi più impensati come cantine e fienili, erano più o meno in cattive condizioni.

Mancavano i pezzi di ricambio e soprattutto i pneumatici. Fioriva un mercato nero di gomme seminuove o “ricondizionate”, con prezzi altissimi.

Spesso si incontravano automobili con gomme di marca diversa, e quelle ricondizionate o rigenerate erano inaffidabili e scoppiavano o perdevano il battistrada.

Le forature erano comunissime e fiorivano le officine con gommisti provvisti della classica bacinella per individuare la perdita sulle camere d’aria e incollare sul buco un pezzetto di gomma rossa, che però durava ben poco e si scollava: anche il buon mastice era raro.

Ma il vero problema era la benzina, se ne trovava del tipo rosso, quella usata dalle truppe alleate, ma era un reato comprarla da qualche militare disonesto.

Incredibili i controlli stradali della MP (Military Police): se la benzina risultava del tipo rosso, i militi sbrigativamente accendevano un fiammifero e lo buttavano nel serbatoio dell’auto o della moto, con risultato prevedibile.

Trovate le gomme e la benzina, occorreva poi il permesso di circolazione, ma qui la proverbiale inventiva degli italiani confondeva o convinceva gli ingenui sergenti o caporali americani e inglesi della indifferibile necessità di un viaggio.

E così, nel 1945 e all’inizio del 1946, ci si poteva mettere in viaggio, il che poi si rivelava un calvario, perchè le strade erano tutte dissestate e con enormi crateri delle bombe riempiti alla meglio e il traffico era enorme: sì, enorme, ma parlo di quello dei camion Dodge e delle Jeep degli alleati, i quali guidavano in maniera pericolosisssima con frequenti incidenti.

Dopo ore di sobbalzi e di attesa ai traghetti sui fiumi, tutti i ponti erano stati distrutti e quelli Bailey erano insufficienti, uno poteva anche sentire fame o sete ma difficilmente trovava cibo se non nelle osterie fuori mano.

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Stazione servizio “Esso” anni ’50
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Pubblicità d’epoca per Fiat “Topolino”

 

 

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