UN GRANDE SUCCESSO DEL LAVORO FIAT: LA “NUOVA 500” DAL NUMERO 6/7, ANNO 5° DELLA RIVISTA "ILLUSTRATO FIAT" (TORINO, 31 LUGLIO 1957)

In questo articolo riportiamo cosa scrisse la rivista “Illustrato Fiat” del 31 Luglio del 1957, riguardo al lancio pubblicitario della nuova utilitaria Fiat: la “Nuova 500”.

Il lancio della “Nuova 500” (4 Luglio 1957) è stato un avvenimento automobilistico d’interesse internazionale.

La stampa italiana ed estera, d’Europa e d’America, ha fatto della nuova vettura Fiat una presentazione simpaticissima.

Autorevoli firme italiane e straniere della tecnica automobilistica hanno espresso calorosi giudizi.

Il lancio della neonata di Mirafiori è riuscito imponente.

E’ il pubblico che fa il successo, ed il successo della “Nuova 500” è stato impetuoso.

Esso torna ad onore di tutto il lavoro Fiat.

L’attrice del cinema tedesco Germaine Damar, seduta con i palloncini, sul tettuccio della “Nuova 500”

 

Nel nostro “Illustrato” non sapremmo come meglio rappresentare l’avvenimento se non portando l’obbiettivo fotografico nella grande fabbrica sulle ampliate linee di montaggio di Mirafiori dalle quali anche la “Nuova 500” esce come dalla mente e dal cuore dei lavoratori della Fiat.

L’attrice Giovanna Ralli fotografata all’interno della “Nuova 500”

 

“Cinefiat” ha realizzato un cortometraggio a colori della nuova piccola utilitaria: presentatrice Brunella Tocci.

Per vedere il video rimando al seguente link, il video è presente alla fine dell’articolo: https://www.michelemoraglio.it/fiat-nuova-500-made-italy/

LA TV A MIRAFIORI

 

La rivista “Quattroruote”pone in copertina, nel numero di Luglio 1957, la rivista costava 300 lire, l’immagine della “Nuova 500”

 

La sera del 9 Luglio, in occasione della “Nuova 500”, la RAI-TV ha effettuato dallo stabilimento di Mirafiori, in presa diretta, una trasmissione televisiva di oltre mezz’ora.

Milioni di spettatori, nelle case e negli esercizi pubblici, hanno così potuto avere una visione d’insieme della grandiosa fabbrica automobilistica.

Salone di Parigi, Ottobre 1957, in primo piano la “500”

 

In particolare delle linee di montaggio.

Tecnici, regista e radiocronista della TV si sono distinti nel superare le difficoltà della ripresa notturna nell’immensa officina.

La Fiat ha ringraziato la RAI di aver voluto offrire ai telespettatori di tutta Italia questo eccezionale spettacolo di lavoro moderno.

Modello in mogano utilizzato come Master per la produzione delle lamiere della “500”, è presente al Centro storico Fiat

 

Organizzazione, progresso tecnico, valore di capi e di maestranze.

 

 

 

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UN RICORDO DEL “PROFESSORE” VITTORIO VALLETTA A 50 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA BREVE BIOGRAFIA DEL "PROFESSORE" A 50 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA

Vittorio Valletta, docente universitario di economia, Senatore a vita per alti meriti sociali, Amministratore Delegato e Presidente della Fiat, è stato il massimo protagonista ed artefice del poderoso sviluppo industriale della Casa Torinese nel secondo dopoguerra.

In occasione del centenario dela nascita di Valletta, su iniziativa della Fondazione Agnelli, lo storico Piero Bairati pubblica nel 1983 per la casa editrice UTET una monumentale biografia su Vittorio Valletta.

Il volume, di 450 pagine, inquadra il personaggio nella “vita sociale della nuova Italia”.

Ho consultato il libro in biblioteca e poi me lo sono comprato, anche se non è stato facile reperirlo.

Lo consiglio a tutti coloro che vogliano sapere di più sulla imponente figura del Professore.

Da sinistra Gajal, l’Avvocato, Bono e Valletta davanti ad una Fiat “500 C”, ultima versione della Topolino, nel 1954

 

Per conto mio ho riportato, in questo articolo, qualche brano e aneddoto e qualche ricordo.

Vittorio Giuseppe Valletta nasce a Sampierdarena (Genova) il 28 Luglio 1883 da Federico un palermitano e funzionario delle ferrovie e da Teresita Quadrio proveniente da una colta famiglia della Valtellina.

Più che dal padre, divenuto successivamente ufficiale del Regio Esercito, la personalità del ragazzo viene forgiata dalla madre che gli infonde un grande principio, quello che “il lavoro nobilita”.

La famiglia si trasferisce a Torino nel 1890 in un modesto caseggiato vicino alla stazione di Porta Nuova, in borgo San Salvario.

Sono momenti di ristrettezze e Vittorio ricorderà più tardi il “fricandò”, lo spezzatino cucinato dalla madre come pietanza delle grandi occasioni, con molte patate e poca carne.

-1957- l’avvocato Agnelli, Bono, Gajal, La Chenaye alla presentazione della vettura “Nuova 500” esattamente 60 anni fa

 

A 14 anni viene iscritto all’istituto Sommeiller di Torino dove nel 1901 ottiene il diploma di perito commerciale e ragioniere: raggiunge la massima votazione ed è quindi premiato con la medaglia d’oro della Camera di Commercio.

Si impiega subito in un’azienda dell’industria della carta per procurarsi i mezzi che le condizioni familiari non gli potevano fornire, per continuare gli studi universitari.

Alle 5 la mattina prende il treno della Ciriè-Lanzo insieme ad altri operai più anziani, per recarsi alla cartiera di Germagnano.

Il lavoro in cartiera non impedisce a Valletta di dedicarsi anche all’insegnamento gratuito nelle scuole popolari dove tiene i corsi di ragioneria e computisteria.

Nel 1904, raggiunta la maggiore età e messo da parte un poco di denaro, apre un piccolo studio in via Garibaldi n.23, vicino a piazza Castello.

Continua anche l’insegnamento presso l’istituto di Commercio di cui è anche vicedirettore.

Valletta parcheggia la sua Fiat “Nuova 500” (siamo nel 1959) nei posteggi riservati: insisteva per farlo da solo. Prima la vettura amata era la Topolino, poi fu la “500”

 

I tempi duri non sono ancora finiti anche se il giovane insegnante si reca a scuola benvestito ed elegante: abita ancora in borgo San Salvario ma in un’altro caseggiato con il gabinetto comune sul balcone.

Nel 1906, a 23 anni, si iscrive alla Scuola Superiore di Commercio dove inizia gli studi universitari.

Prosegue, intanto, l’attività dello studio di via Garibaldi e viene nominato direttore della scuola media maschile di Commercio.

Nel 1907 diviene padre di una bella bambina, Fede e, nell’anno successivo sposerà la madre della bimba: Carmela Manfrino di 22 anni di agiata famiglia e segretaria dello studio di via Garibaldi.

Nel tempo libero, Vittorio si dedica al nuoto e alle regate sul Po, alla ginnastica sportiva ed all’equitazione; si appassiona anche al volo  ed è uno dei fondatori della Società Aviazione di Torino.

Nel 1909 consegue la laurea in economia e commercio con una tesi su “La responsabilità degli amministratori delle società anonime nell’attuazione del bilancio”.

L’attività professionale comincia a dare buoni risultati e lo stipendio ottenuto come direttore della Scuola Media gli consentono un tenore di vita più elevato.

Due anni dopo, nel 1911, partecipa attivamente all’organizzazione per l’esposizione internazionale di Torino nei 50 anni dell’Unità d’Italia.

Continua a prodigare le sue energie nell’insegnamento presso la Congregazione della Carità ed in considerazione di questo suo lavoro il Re Vittorio Emanuele II nel 1912 lo nomina Cavaliere dell’Ordine della Corona.

PRIMA DELLA FIAT

 

Nel 1915 il padre di Vittorio muore improvvisamente di infarto.

Nello stesso anno, a seguito degli avvenimenti della Seconda Guerra, viene arruolato con il grado di tenente del Genio Militare a Torino e destinato alla direzione tecnica dell’Aviazione Militare, dove prende il brevetto di pilota.

Valletta ha il compito di regolare la contabilità degli stanziamenti militari statali assegnati alle imprese, e quindi anche alla Fiat.

Qui il cav. Giovanni Agnelli ha la possibilità di apprezzare le capacità del giovane tenente che mette a disposizione dell’illustre visitatore tutta la sua solerzia e capacità nel superare le molte barriere della burocrazia statale.

Valletta approfitta del fatto di fare il militare a Torino per partecipare attivamente anche all’amministrazione di alcune società sportive: il nuoto e l’equitazione vengono sempre praticati con perseveranza.

Le sue cavalcate mattutine di un’ora al maneggio del Valentino diventano un fatto quasi proverbiale e le sue prestazioni natatorie sono ricordate da molti testimoni, come quella nelle gelide acque della Moscova, oramai ottuagenario.

Con la guerra ancora in corso, nel 1918, Valletta diventa amministratore della ditta Chiribiri, che fornisce ricambi ed accessori per velivoli e la rappresenta ufficialmente in seno alla Lega Industriale di Torino, dove ha modo di incontrare nuovamente il cav. Agnelli.

Terminata la Guerra la Fiat conduce un’ operazione a vasto raggio intesa ad assorbire le aziende del settore e quindi anche la Chiribiri.

Valletta respinge le offerte di Agnelli e difende con successo l’indipendenza della piccola ditta: “Al tempo, cavaliere, certe proposte posso farle io ad altri, ma non lascio che altri le facciano a me”.

Vittorio Valletta: Presidente ed Amministratore delegato Fiat

 

La Chiribiri visse ancora per 20 anni e verrà assorbita dalla Lancia.

LA CARRIERA DI VALLETTA IN FIAT

 

Completata nel 1920 la costruzione del nuovo stabilimento del Lingotto, la Fiat ricerca uomini nuovi per i suoi dirigenti: in particolare Agnelli ha il problema di sostituire due suoi direttori dimissionari: Broglia e Gioannini.

La scelta cade su quel risoluto amministratore che aveva osato opporsi all’assorbimento della Chribiri.

Da allora, siamo alla fine di febbraio 1921, tutte le mattine, Vittorio Valletta si reca alla Fiat di corso Dante con un contratto triennale e con la carica di Direttore Generale.

Trasferisce la sua abitazione nello stabile di via Garibaldi dove ha lo studio e che oramai è diventato il terzo di Torino: Valletta ne è molto orgoglioso e lo lascerà con molto rimpianto nel 1928.

Continua la sua attività universitaria ancora per un decennio.

Nel 1928 Guido Fornaca muore improvvisamente ed Agnelli deve scegliere il nuovo Direttore Generale della Fiat da un momento all’altro.

Valletta si presenta come il dirigente che conosce meglio il complesso organizzativo, produttivo, finanziario e nel contempo è personalità già affermata e di sicuro prestigio.

La scelta viene di conseguenza.

La collaborazione tra Agnelli e Valletta, vista da fuori, fu quasi perfetta.

Valletta con la figlia Fede di 2 anni, la sua “Feduccia” in una foto del 1929. Fu l’unica figlia di Valletta e ne soffrì moltissimo quando nel 1957 morì dopo tanti tormenti

 

Dietro le porte chiuse forse non fu così idilliaca, ma il “binomio” divenne stabile e duraturo.

Si racconta che il senatore Agnelli inaugurava la sua giornata in questo modo: all’ingresso della Palazzina Uffici del Lingotto, dopo aver spento la pipa sulla spalletta del cancello d’ingresso, si rivolgeva al sorvegliante con la frase “C’am ciama Valletta” (mi chiami Valletta).

Tra le società di cui il Valletta era amministratore vi era anche la SAVA, creata nel 1926 per vendere le auto ratealmente.

Ecco, come Valletta, molto più tardi, rievoca la funzione della SAVA:

“Scopo principale del senatore Agnelli era far penetrare l’automobile nel mondo operaio, fare una vettura molto economica, poi fare in modo che potesse essere acquistata con rateazioni lunghissime poichè gli operai di allora, per accorrere allo stabilimento, dovevano impiegare delle ore.

Quindi noi facemmo in modo che nel primo tempo una vettura potesse essere acquistata da quattro famiglie, cosicchè vi potesse essere l’arrivo allo stabilimento dei quattro capifamiglia e, nei giorni festivi, si potesse avere l’automobile a disposizione di una famiglia ogni quattro settimane”.

La lezione di Ford era stata recepita, riveduta ed adattata alle modeste capacità di consumo dell’Italia: si usava l’auto a turno.

Nel Luglio del 1935 per un incidente aereo nel mare di Genova muore il figlio di Agnelli, Edoardo.

La tragica morte dell’erede designato alla successione dell’azienda, porta Agnelli a scegliere il vicepresidente nella persona del nipote Gian Carlo Camerana.

Gli anni e la fatica del lavoro incominciano a pesare sulla fibra del senatore: nel Consiglio di amministrazione del 1939 egli chiede che il Prof. Valletta assuma il compito, oltre che di Direttore Generale anche quello di Amministratore Delegato.

LA FIAT IN GUERRA

 

Tralascio gli eventi inerenti al periodo bellico poichè è possibile apprenderli dalla biografia del Bairati.

Valletta nel 1929 da un anno Direttore Generale della Fiat con l’ing. Marchesi, a sinistra, mentre si recano al dopolavoro Fiat. L’ing. Marchesi era il Direttore degli stabilimenti di corso Dante

 

Lo faccio perchè i rapporti con il regime di Mussolini, con la Repubblica Sociale, con i tedeschi padroni del nord Italia, con la Resistenza, con il Comitato di Liberazione (CLN) ed infine con i Consigli Consultivi di Gestione instaurati in Fiat possono portare a giudizi politici che non voglio esprimere.

Riporto solo brevi cenni.

La Fiat rimane quasi totalmente passiva di fronte allo svolgersi degli eventi bellici, ma allo stesso tempo manifesta una grande adattabilità ai mutamenti della situazione e dei rapporti di forza tra i contendenti.

Valletta esprime questa linea con uno dei suoi detti memorabili:

“Collaborare con l’inevitabile”.

Nel mese di novembre e dicembre 1942 Torino viene bombardata con un’intensità senza precedenti: la Fiat è l’obbiettivo principale.

Il prezzo che essa deve pagare è molto elevato: oltre ai danni e alle distruzioni subite dagli stabilimenti, vengono colpite anche 38 aziende collegate.

Lo stesso Valletta vede distrutto sotto le bombe lo stabile dove aveva lo studio, in via Garibaldi.

L’ anno dopo inizia la riscossa militare sovietica: il movimento comunista clandestino prende forza e coraggio.

Il 5 Marzo 1943 incominciano gli scioperi, alle 10 del mattino, ora di prova per l’allarme aereo, al suono delle sirene.

Durano 10 giorni.

Rara foto a colori: il Presidente Valletta con lo Scià di Persia Reza Pahlevi in visita alla Fiat nel 1958. A seguito di accordi la Fiat costruì in Iran uno stabilimento

 

Due giorni dopo e precisamente l’8 Settembre, la Gestapo si presenta alla Fiat con un mandato di cattura a carico di Agnelli e Valletta ma non verrà applicato e la Fiat dovrà mettersi a disposizione del governo di Berlino.

Agnelli ne viene moralmente scosso e dirà:“La Fiat a l’è roba nostra”, manifestando il suo sentirsi italiano.

A Dicembre 1943 altri scioperi: questa volta Valletta viene arrestato dai tedeschi e poi liberato per l’intervento del presidente Agnelli.

La Fiat deve produrre per la Germania aerei, motori, carri armati, autocarri e ambulanze.

Le quantità prodotte sono però molto inferiori rispetto ai programmi di Berlino.

Valletta riesce a salvare la Fiat dalla depredazione dei macchinari e degli operai stessi che rischiavano di essere deportati in Germania.

Per i tedeschi, nei primi mesi del 1945, si avvicina la catastrofe e le truppe alleate sfondano la linea del Po.

Il 18 Aprile il Comitato di Liberazione proclama lo sciopero generale insurrezionale e la Fiat passa nelle mani del Comitato Militare del CLN.

Valletta rimane negli uffici insieme ad alcuni collaboratori ed alcune segretarie per qualche giorno.

Viene poi fatto uscire di nascosto, quasi a forza, e si allontana dalla Fiat.

-1957-Leopoldo Pirelli, Valletta e Giuseppe Bianchi accanto alla Bianchina, frutto di una collaborazione con la Autobianchi,venne lanciata nello stesso anno della “Nuova 500”

 

Il professore è disfatto.

Con un paio di occhiali neri e il cappello sulla fronte, seduto in fondo all’auto, viene portato attraverso la città sino ad una clinica nei pressi del Monte dei Cappuccini sotto la giurisprudenza dell’Ordine di Malta: gode quindi di una certa extraterritorialità.

Rientrerà in Fiat quasi un anno dopo.

Giovanni Agnelli a 79 anni, il 4 Maggio 1945 viene incarcerato alle “Nuove”dove passa la notte.

Ne esce il giorno dopo, tornando a casa a piedi.

Lo stesso giorno presenzia all’assemblea dell’ IFI (la finanziaria del gruppo): annuncia le proprie dimissioni e chiede che vengano conferiti poteri speciali al prof. Vittorio Valletta.

Intanto gli angloamericani si interessano al caso Valletta per una rapida e positiva conclusione del procedimento di epurazione, per riportarlo alla guida della Fiat e per il bene dell’Italia.

Valletta si presenta dinanzi alla Commissione di Epurazione il 21 Agosto del 1945: si difende facendo coscientemente l’elenco del lavoro fatto per il bene della Fiat e degli italiani.

La Commissione lascerà poi decadere il procedimento di epurazione.

Intanto il 16 Dicembre 1945 muore il senatore Agnelli: gli avvenimenti politici degli ultimi mesi lo avevano forzatamente estraniato dalla Fiat.

Non riuscì mai a rendersi piena ragione del divieto che gli veniva fatto di entrare nelle sedi dell’azienda.

Accorato, diceva all’autista:”Giovanni, “nduma a vèddi la Fiat da luntan”(andiamo a vedere la Fiat da lontano).

L’autista lo portava sulla collina di Torino a contemplare la sua opera.

Nel Gennaio del 1946 Valletta riceve finalmente rassicuranti garanzie sulla sua posizione personale.

Gli eredi del senatore manifestano fiducia incondizionata nelle sue capacità.

Valletta pone delle condizioni per il suo rientro: tutti i quadri aziendali devono rientrare al loro posto.

Fotocolor del 1965 dove ritrae Valletta con il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat al salone di Torino

 

Prendere o lasciare.

I partiti, il Governo, il Ministro del Lavoro, Giovanni Gronchi, “presero”.

Il 21 Marzo, alle nove e mezza  di mattina, entra nell’atrio della palazzina uffici di Mirafiori.

Rende omaggio ai caduti nella lotta per la liberazione e tiene subito un rapporto al Comitato Direttivo.

LA GRANDE SFIDA DEL PROFESSORE

 

Fin dal 1946 Valletta punta ad una collaborazione con i poteri statali di Roma ed il suo viaggio nella capitale col vagone letto del mercoledì sera diventa una scadenza fissa.

Il giovedì è dedicato ai Ministeri, agli uffici pubblici dell’amministrazione, presso la Presidenza del Consiglio.

Nello stesso anno, il 18 Luglio, il Consiglio di Amministrazione della Fiat, per acclamazione, elegge il sessantatreenne Vittorio Valletta, Presidente della Fiat e lo mantiene nella carica di Amministratore Delegato; alla vicepresidenza viene chiamato Gianni Agnelli, nipote del senatore.

La Direzione Generale viene affidata all’ing. Gaudenzio Bono.

Nel 1948 si reca negli Stati Uniti, prima della definitiva approvazione del Piano Marshall da parte del Congresso, per ricavare indicazioni sullo stato dei lavori di programmazione e per constatare quali possano essere le risorse finanziarie per la Fiat e per l’Italia.

Il Piano Marshall fornirà poi non soltanto gli strumenti per il rinnovo degli impianti e dei macchinari della Fiat, ma alimenterà anche quelle iniziative che caratterizzeranno l’attività della Fiat  dopo la ricostruzione e riqualificazione dell’attività produttiva.

Nello stesso ’48 Valletta viene eletto Presidente Onorario del gruppo anziani Fiat.

La valorizzazione dell’anziano Fiat ha un significato non solo all’interno dell’azienda, ma assume un riconoscimento di prestigio e di rispettabilità in tutto il mondo operaio italiano.

Alle generazioni dei lavoratori più giovani la figura dell’anziano Fiat viene proposta come modello, come coscienza e memoria storica dell’azienda.

Nel 1950 esce la Fiat “1400”, il primo modello nuovo del dopoguerra: è il primo vistoso risultato della riorganizzazione e modernizzazione degli impianti.

La “1400” segna una svolta tecnica di grande prestigio, con notevoli effetti in termini di immagine sul campo internazionale.

Il ’49 è anche l’anniversario del cinquantenario della Fiat.

La ricorrenza viene celebrata senza grande risalto: compare solo un volume di articoli e saggi sulla Fiat.

All’assemblea ordinaria degli azionisti, in Aprile, Valletta così esordisce:” Con il 1950 può dirsi compiuto un primo periodo del faticoso cammino intrapreso nel 1946 per risollevare la Fiat dallo sfacelo portato dalla guerra; si è conclusa cioè la fase dura dell’immediata ricostruzione, della riconversione, del riordinamento, dopo di che, non facciamo soste, ma ci accingiamo a riprendere la marcia verso più estesi sviluppi”.

A questo punto desidero interrompere la biografia del Professore perchè ormai diventa un tutt’uno con la storia della Fiat.

I loro destini sono inscindibili e vi sono numerosi volumi che trattano lo sviluppo Fiat.

Voglio però, come detto all’inizio, riportare qualche spunto particolare.

Giovanni Agnelli, un giorno, ricordò:“A Roma, alla fine della sua giornata, trascorsa fra vari ministeri, veniva a trovarmi e, prima di prendere il vagone letto per Torino mi faceva un resoconto degli incontri che aveva avuto.

Vittorio Valletta a 38 anni all’inizio della sua collaborazione con la Fiat: venne assunto il 15 Marzo 1921 da Agnelli come Direttore Centrale

Era l’ora di cena, gli chiedevo se voleva mangiare qualcosa.

Il Professore tirava fuori dalla borsa una mela e la sbucciava con il temperino.

Mi dava le ultime informazioni della giornata e poi se ne andava, con la sua borsa piena di carte, a prendere il vagone letto che lo riportava a Torino”.

Quando compie i 70 anni, Agnelli e Camerana si interrogano a lungo su cosa regalargli e scelgono un cavallo.

Sono sicuri che lui è in grado di montarlo ancora per molti anni.

Valletta, infatti, non rinuncia alle sue cavalcate mattutine, spesso seguite da una decina di minuti di lampada al quarzo per tenere il volto abbronzato.

E’ un tocco di vanità in un uomo che, nel vestire tende al grigio, è sempre vestito con eleganza, ma il doppiopetto spesso lo avvolge con qualche abbondanza.

Valletta ha ormai passato i 70 anni, ma è fisicamente integro, ancora nel pieno delle sue forze.

Un giorno riceve a Mirafiori un amico, colonnello dell’esercito, venuto a fargli visita.

I due settuagenari si sfidano a fare “la candela”, sul tappeto dell’ufficio.

Se ne stanno entrambi in quella posizione, a gambe ritte all’insù per alcuni minuti scuscitando stupore nella segretaria affacciatasi all’uscio.

La prodigiosa vitalità fisica di Valletta trova sempre riscontro in tutte le sue attività sportive a cui si dedicava con puntiglio e determinazione.

Anche i suoi orari di lavoro continuavano ad essere strepitosi.

Inizia la mattina alle otto e trenta e termina alle ventidue e trenta.

Quando rientra a casa, stanco morto, intorno a mezzanotte gli basta una minestra e un pò di formaggio.

Si getta sul letto, sfinito, per essere poi in piedi alle cinque, pronto per la fabbrica.

Un giorno si rivolge così ad un suo direttore:” La prossima settimana è Natale. Vediamoci a Natale in ufficio, così nessuno ci disturba”.

Privatamente, invece, le cose non sono così semplici: la figlia Fede, la adorata “Feduccia”, che già da tempo era stata motivo di non poche preoccupazioni, venne colpita da una forma grave di tumore che la porterà ad una fine prematura nel marzo del 1957, attraverso un lungo calvario di cliniche e cure.

La morte della figlia è per Valletta la tragedia più grande di tutta la sua vita.

Vuole sempre nascondere il dolore per questa perdita, dopo i funerali si presenta a Mirafiori, occhi arrossati e volto tirato, per presiedere la prevista riunione del Consiglio d’Amministrazione.

Rimasto vedovo, si risposa a 76 anni con Felicita Dondo: ma la sua vita privata continua ad essere poca cosa.

Nel 1961 riguardo al “miracolo economico italiano” sostiene lapidario:“Il miracolo economico non esiste, la gente si è messa a lavorare, niente di più”.

Nel 1962 il ministro russo Kossighin, in visita a Mirafiori, si rivolge a Valletta:” Abbiamo molte cose da imparare da voi” e Valletta gli risponde sorridendo:” E noi abbiamo da imparare da voi come si fa ad impedire gli scioperi”.

Ha oramai 84 anni ed incomincia a sentirne il peso: nel giugno 1967 scrive una lettera pregando la moglie di non portare il lutto dopo la sua morte ed aggiunge:“Sono certo di aver assolto il dovere assegnatomi da mia Madre: operare nell’interesse di tutti, ma soprattutto di chi fatica e lavora”.

Ai primi di agosto si trasferisce in Versilia, dove viene colto da un’emorragia celebrale.

Muore il 10 agosto 1967.

Tutti sono in vacanza e la Fiat è chiusa per ferie e molti apprendono la notizia dai giornali.

Giovanni ed Umberto Agnelli sono in crociera sul loro panfilo, nel Pacifico, non è facile contattarli, ma alla fine interviene l’Ammiragliato Americano che riesce a mettersi in contatto con la rete delle comunicazioni della Marina Americana nel Pacifico, presso le Hawai.

Finalmente i fratelli Agnelli vengono rintracciati e fatti partire immediatamente per l’Europa.

Giungono a Torino appena in tempo per rendere l’ultimo saluto a Valletta, nella villetta di via Genovesi.

Nella città assolata di metà agosto, semideserta per le vacanze estive, di fronte al grande viale antistante l’ingresso principale di Mirafiori, una gran folla commossa e partecipe assiste ai funerali di stato del Senatore Vittorio Valletta.

Valletta è stato un “homo novus” per eccellenza: riuscì ad interpretare un ruolo originale, quello dell’imprenditore di professione, che non esercita alcun controllo sulla maggioranza azionaria dell’impresa e che gestisce un capitale altrui.

Egli fu di un’onestà personale assoluta che non venne mai messa in discussione, in nessun momento della sua carriera.

In vita, preferì, ad ogni altro titolo, quello di Presidente degli Anziani Fiat.

Enrico Cuccia ebbe a dire:“Per merito di Valletta tutti gli italiani sono diventati un poco più ricchi”.

Ed è vero.

Per i 50 anni dalla morte di Vittorio Valletta spero di aver contribuito al Suo ricordo.

Per chi volesse vedere un documentario sul professor Valletta, questo è il link:  https://youtu.be/dA13_qA5-iU

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Fiat “Nuova 500” IL “MADE IN ITALY” CONOSCIUTO IN TUTTO IL MONDO L' ARTICOLO PARLA DI UN'ICONA DEL NOSTRO TEMPO LA FIAT "Nuova 500"

Ci sono automobili che passano alla storia per le innovazioni tecnologiche o stilistiche di cui sono portatrici, una di queste è la Fiat “Nuova 500”.

Altre, invece, che meritano di essere ricordate per quanto hanno saputo rappresentare nel vissuto quotidiano di una intera generazione.

Poche riescono a unire entrambe le cose: tecnica e sentimento.

Questa vettura ha lasciato un segno indelebile  e a diventare un’icona della loro epoca.

La “Nuova 500” è una di queste.

Dante Giacosa “padre” della “Nuova 500” intervistato in fabbrica da Gigi Marsico della sede RAI di Torino durante le riprese televisive

 

In 18 anni di carriera e precisamente dal 1957 al 1975, viene prodotta in 3.893.294 esemplari, porta gli italiani e anche molti europei a soddisfare un bisogno di mobilità individuale che, proprio dai primi anni ’50 è in costante crescita.

Con la “Nuova 500” finisce, ancor più che con la “600” (1955), anche la fase di emergenza postbellica della motorizzazione.

Inizia l’era della ricerca del confort, seppur minimo ed economico.

Con la “Nuova 500”, il paese dei “poveri ma belli” diventa o cerca di essere (e in parte ci riuscirà) un pò meno povero e soprattutto più libero di muoversi.

La diva del cinema Virna Lisi alla guida della “Nuova 500”

 

Si conclude con la “Nuova 500” anche la rinascita della Fiat e della sua gamma prodotti, dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale.

Racconta Dante Giacosa, il “papà” della “Nuova 500” così come della precedente “500 Topolino” oltre che di tantissimi altri modelli, nel libro “Progetti alla Fiat prima del computer” che con l’uscita della “500”, il cui lancio avvenne il 4 Luglio del 1957.

La catena di montaggio della “Nuova 500”

 

“La Fiat vedeva realizzato il programma di rinnovo dei modelli principali in sostituzione di quelli nati prima della Seconda Guerra Mondiale”.

Ad intervalli di due anni erano stati lanciati sul mercato internazionale i tipi 1400, 1900, 1100/103, 600, Nuova 500 e i loro derivati.

Nel giro di 10 anni alla Fiat erano stati concepiti e messi in produzione quattro modelli base completamente nuovi che avevano le loro radici nella cultura tecnologica formatasi all’interno dei propri uffici e laboratori.

Nessun modello italiano o straniero aveva influenzato lo sviluppo di questi progetti.

4 Luglio 1957: nasce la “Nuova 500” presentata dall’attrice Brunella Tocci

 

Una sottolineatura, questa, che oggi può apparire ridondante ma che invece è del tutto comprensibile per l’epoca cui si riferisce: la fine degli anni ’40 e gli anni ’50 quando in Italia operano la Lancia e l’Alfa Romeo, ancora autonome e quindi concorrenti della Fiat mentre all’ estero, sia in Germania sia soprattutto negli USA, l’industria nazionale sembra essere, per alcuni aspetti, ancora un passo in avanti.

Dante Giacosa racconta anche del lancio della “Nuova 500” e dice che: “L’Ufficio Stampa, diretto da Gino Pestelli con accanto l’attivissima Mariuccia Rubiolo, sollecitava la mia collaborazione per il lancio pubblicitario”.

Una volta scelto il nome “Nuova 500” per ricordare la tanto celebrata “Topolino” arriva anche il messaggio, lo slogan, che dice:

“A vent’anni dalla originaria 500 (la Topolino del 1936), nella scia di un uguale successo, la “Nuova 500″, completamente nuova, moderna, di minor prezzo, più economica, degna di succedere alla prima vettura utilitaria del mondo realizzata dalla Fiat”

A Mirafiori, svela ancora Giacosa, viene coniato anche lo slogan:” Piccola grande vettura”.

Anche se il progettista, da uomo pragmatico qual’è, taglia corto riferendo che:” La gente la chiamò più brevemente 500″.

A 60 anni di distanza dall’estate del 1957 e in un’era di tv anche sui telefonini cellulari, di riprese e servizi realizzati ovunque, è divertente rileggere che:” Il lancio avvenne in grande stile.

Sfilata di “Nuova 500” all’esterno dello stabilimento di Mirafiori
Pubblicità d’epoca per Fiat “Nuova 500”

 

La televisione si installò nell’officina di Mirafiori in una caldissima sera di Luglio e anch’io venni chiamato per una intervista in diretta lungo la linea di montaggio”.

Da quella caldissima serata di Luglio passeranno 18 anni e quasi 3,9 milioni di vetture costruite per arrivare ad un’altra caldissima giornata: il 4 Agosto 1975, giorno in cui non più a Mirafiori, ma alla SicilFiat di Termini Imerese (Palermo) verrà prodotta davvero “l’ultima” , almeno per la serie 1957-75, “Nuova Fiat 500”.

La presentazione della “500” del 2007 è presente in questo link: https://www.youtube.com/watch?v=IZgsOd6ENg8

La pubblicità con la modella Brunella Tocci:

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INTERVISTA ESCLUSIVA AL PITTORE NINO AIMONE INTERVISTA IN OCCASIONE DEL CINQUANTENARIO DELLA FIAT "500"

L’intervista che segue è protetta da accordi tra lo scrivente e il pittore Nino Aimone.

E’ vietata qualsiasi riproduzione dell’articolo e non verrà concessa NESSUNA deroga.

La riproduzione parziale o totale verrà perseguita a norma di legge.

Francobollo commemorativo per la Fiat “500” con il dipinto di Nino Aimone

Ricordo che, nel 2007, al lancio della “Nuovissima 500” Poste Italiane aveva coniato un francobollo commemorativo alla nuova utilitaria e sopra questo francobollo c’era impresso un dipinto disegnato negli anni ’60 da Nino Aimone.

Lo scrivente dovette sudare “sette camicie” per farsi rilasciare l’intervista già chiesta da Rai e da testate nazionali.

Questa è L’ UNICA INTERVISTA rilasciata a noi e dovetti rispettare alcune regole prima della sua uscita.

Il pittore voleva visionare ciò che andava in pubblicazione, la non rivendibilità di questo articolo (molte testate me l’hanno chiesta ma mai rivenduta poichè la parola vale più di mille contratti scritti), e molte altre che non sto a menzionare.

Mi presentai un giorno in infradito e pantaloncini e i “goffi” giornalisti in giacca e cravatta allontanati ma riuscii a catturare la sua parte bonaria ed ecco qua a voi il risultato.

Quella che segue è un’ intervista ad un pittore che ha lavorato in Fiat intorno agli anni ’50 ed è colui che è stato scelto con la sua opera per l’immagine sul francobollo commemorativo per il cinquantenario della “500”: Nino Aimone.

Lo raggiungo nella sua casa nella collina torinese ed è una persona gentilissima, cordialissima e dalla spiccata personalità degna di un vero artista.

Quadro del 1971 intitolato “Prospettiva in rosso”

Dopo la biografia segue l’intervista che, pur nella sua brevità, evidenzia il lavoro svolto dall’artista in Fiat.

Nino Aimone nasce a Torino nel 1932, frequenta l’atelier di Felice Casorati dal 1951 al 1954 trovando amicizia ed interessi culturali con Francesco Casorati. Mauro Chessa, Piero Ruggeri, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino e Francesco Trabusso.

Nel 1953 è tra i fondatori della rivista “Orsa minore” alla quale collaboreranno altri giovani amici letterati e pittori.

L’interesse per l’attività pittorica e grafica si sviluppa in quegli anni parallelamente con quella di comunicazione visiva presso la direzione Pubblicità e Propaganda della Fiat dove opera fino al 1961.

Sign. Aimone come è entato a lavorare in Fiat?

Mah, quasi per caso perchè portai i miei manufatti a Felice Casorati dove lui capii le doti di pittore e mi fece fare domanda.

Mi chiamarono e come prova mi fecero disegnare un bozzetto di pubblicità per l’olio Fiat, dopo circa un’anno venni assunto in qualità di disegnatore all’ufficio propaganda Fiat.

Negli anni ’50 per fare pubblicità spesso si usavano dipinti più che fotografie, perchè?

No, c’erano le fotografie e si usavano quando dovevi preparare un lavoro in fretta e furia per un salone, non c’era il tempo materiale per fare un dipinto che richiedeva mesi di lavoro.

Per i dipinti, vedi Gino Pestelli che aveva commissionato dei lavori da fare a dei pittori.

Ad esempio De Chirico lavorava sulla “1400”, Sironi sulla “1900”, Casorati, Paolucci e Menzio sulla vetrina di via Roma qui a Torino.

Come si svolgeva una giornata all’interno della Direzione?

Era molto dura in quanto tutta la produzione Fiat, quindi non solo automobili ma anche frigoriferi, camion, etc, passava tutto nel nostro ufficio.

Dovevamo studiare la progettazione di depliant e volantini per il lancio, seguire il laboratorio fotografico, seguire le pagine tutte intere per i quotidiani (la parte tipografica veniva curata dal tipografo che elaborava il testo in varie lingue), l’ufficio tecnico dove i disegnatori progettavano i motori e gli spaccati.

“Il Picador” opera pittorica del 1956

Eravamo tutti professionisti basti pensare che gli spaccati del motore ed i disegni di carrozzerie varie venivano disegnati tutti a mano libera con assoluta precisione senza computer!

Quando Fiat lanciava un nuovo modello di auto o di qualcos’altro, cosa veniva chiesto a voi, davano direttive al riguardo?

Non c’era nessuno che dava direttive al riguardo.

Dovevamo essere noi, con la nostra esperienza maturata a pensare a un depliant o a un bozzetto che fosse facilmente intuibile al compratore e facesse risaltare la funzionalità e le caratteristiche del veicolo.

Quanti dipinti ha fatto per la “500”?

Due dipinti.

Il primo l’ho fatto durante il periodo da dipendente, ma commissionato a casa, ecco perchè sotto ad esso compare la mia firma, in quanto tutti i dipinti fatti presso la Fiat dovevano essere anonimi, esso raffigura la “500” con tutte le persone intorno: fotografi, mamme e papà e bambini, dovevo far capire che questa auto era per tutti in quanto tutti l’ammiravano.

Il secondo dipinto è quello del francobollo  e risale al 1968, dove io non ero più dipendente Fiat e riguarda la Pop-Art.

Quanti anni ha lavorato in Fiat?

Dieci anni, dal 1951 al 1961 e l’esperienza in Fiat mi ha affinato le componenti di grafico pubblicitario che prima avevo, ma ho potuto migliorarmi proprio stando a lavorare in Direzione.

Secondo Lei, come si è evoluta la pubblicità rispetto ad allora?

Secondo me la pubblicità di oggi non è più l’anima del commercio ma è l’anima dell’alienazione.

Essa punta sull’ingenuità delle persone, ti fa credere che puoi avere tutto subito e con poco, punta sui giovani (il pubblico giovane è facilmente catturabile); a volte la pubblicità non punta più sul prodotto ma sulla volgarità e questo mi da fastidio tanto fastidio.

 

L’intervista si conclude qua ricordando che Aimone ha insegnato prima come assistente di pittura, incisione e decorazione fino al raggiungimento della cattedra di Decorazione dal 1980 presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino dove opera fino al 1997.

 

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RICORDO DEL PITTORE FELICE CASORATI E LE SUE OPERE ALLA FIAT L'ULTIMA INTERVISTA RILASCIATA DAL FIGLIO FRANCESCO IN ESCLUSIVA PER IL GRUPPO VINTAGE

In questo articolo il figlio Francesco, in un intervista esclusiva per il gruppo “Vintage” ricorda il padre Felice noto pittore.

Negli anni del boom economico, la FIAT, per fare conoscere le nuove vetture al pubblico prima ancora del computer e delle fotografie dava lavoro all’estro e all’ingegno di numerosi artisti il primo fra tutti, e conosciuto in tutto il mondo, Felice Casorati.

Felice Casorati nasce a Novara il 4 Dicembre 1883, figlio di Francesco, ufficiale in s.p.e. di origine pavese ed erede di una famiglia di medici e matematici di chiara fama.

Il pittore Felice Casorati a riposo nel suo studio

Nel 1896 Felice si trasferisce nel Veneto poiché segue i trasferimenti paterni, studia pianoforte e stupisce i suoi maestri per la sua vocazione e precisione tecnica e strumentale: esegue in pubblico un “impromptu” di Schubert con vivo successo, l’anno successivo dirige un concerto a Padova.

Disse Casorati: ”La musica mi aveva attratto irresistibilmente fin da ragazzo, la studiavo con perdizione, esaurendo, in pochi anni, le scarse risorse fisiche di cui il mio gracile organismo disponeva, così verso i quindici anni fui pressoché abbattuto da una grave malattia nervosa.”

I medici gli proibiscono ogni attività mentale così con la mamma e le sorelle Felice vanno a vivere in campagna a Fraglia, sui colli Euganei.

Nel 1902 Felice inizia gli studi di giurisprudenza presso l’università di Padova, in questo periodo il giovane Casorati dipinge un cartone risolto con pochi tratti che vogliono essere densi di colore, con un impasto alla brava improvvisato il cui titolo è “Casoni Padovani”.

Nel 1906 Casorati si laurea discutendo una tesi sulla Corte d’Assise, dipinge in una soffitta gelida d’inverno e soffocante d’estate ma la sua passione, la pittura non lo abbandona mai, anzi, la sua povertà non gli permetteva spese e lui stesso si faceva i colori con le terre e dipingeva su qualsiasi materiale, disse Casorati: ” …la mia mente era del tutto libera dal bisogno di scoperte estetiche, d’invenzioni, di emancipazione, né si potrebbe trovare in questi miei primi quadri, nemmeno nelle intenzioni, alcun documento di lotta, neppure un accenno a quello spirito combattivo, prometeico che sembra corollario necessario a quasi tutta la pittura contemporanea.”

L’ anno dopo Casorati presenta tre quadri alla giuria d’accettazione della Biennale di Venezia; fatto raro per un giovane di ventiquattro anni, non raccomandato e che aveva alle spalle unicamente una formazione da autodidatta (con l’eccezione della frequentazione dello studio padovano del pittore Giovanni Vianello) fu ammesso all’ esposizione proprio con un ritratto, quello della sorella Elvira, da una commissione di cui facevano parte artisti come Bistolfi e Trentacoste.

Ecco cosa dice Felice Casorati del suo primo capolavoro: ”Mia madre e le mie sorelle sono i miei modelli preferiti, qualche critico recentemente mi rimprovera di aver dimostrato una certa ammirazione per Ettore Tito, Giacomo Grosso e perfino per Lino Selvatico e vorrei poter dimostrare l’infondatezza di tale affermazione, ma d’altra parte penso che questi e qualche altro fossero i pittori che avevo sentito esaltare in questo principio di secolo in cui trionfava in Italia la più frivola e banale pittura.”

Nel 1908 Casorati segue il padre a Napoli, qui poté dar ancora il suo estro presentando nel 1909 le opere “Le Vecchie” e “Le figlie dell’attrice”, l’aria esaltante di Napoli produce su Casorati una singolare reazione di malinconia, di tristezza, di pessimismo, nei quadri spicca l’intonazione bruno-grigia, forse vedendo, ripetutamente, nella pinacoteca di Napoli l’opera di Peter Brueghol. “Parabola dei ciechi”.

Finita l’esperienza napoletana, Felice si trasferisce nel Veneto nel 1911 a Verona, dove prende contatti a Venezia sia artistici sia culturali, Felice si trova benissimo nel mondo artistico ma arduo nel culturale, sviluppa le altre due passioni, quella letteraria e quella musicale, legge regolarmente riviste d’avanguardia come Leonardo e La Voce Lacerba.

Nel 1912 alla Biennale Casorati espone “Signorine” e “Bambina”entrambe le opere sono vendute, la prima al Museo di Bruxelles, la seconda al Museo Veneziano.

Nell’opera “Signorine” ritroviamo quattro figure allineate, quattro simboli, quattro realtà insieme con il commento di cose a colori si denota un’intonazione chiarissima all’aria aperta mattinale, mentre nell’opera “Bambina” ha dimensioni più modeste, ma la colorazione più forte e ancora più strana, reca un accordo di rossi caldi, di azzurri e di violetti, la tecnica è mutata, Casorati usa colori che stempera con la glicerina che poi tinge e vela con cera trasparente, la superficie del dipinto prende un aspetto nuovo: la colorazione ha toni robustissimi senza perdere la freschezza e la chiarezza.

Nel 1913 Casorati realizza una mostra a Cà Pesaro con quarantuno dipinti, l’anno successivo partecipa per l’ultima volta alla XI Biennale ancora in giovane età, ritornerà dieci anni dopo, in questa mostra espone “Via Lattea” dal titolo prenderà spunto anche per una rivista d’arte grafica che egli redige con alcuni amici, “Trasfigurazione” e “L’arcobaleno”.

Nel 1915 Casorati espone dodici dipinti, due terracotte verniciate e cinque incisioni alla Secessione Romana.

È chiamato per il servizio militare e, anche qui da mostra del suo estro, dipinge due grandi pannelli per la mensa ufficiali dei Duca di Bergamo e l’inquietante dipinto “Giocattoli” dove l’allusione antimilitarista è palese.

Dopo due anni Casorati perde il padre per una banale caduta da una scala dopodiché porta la famiglia a Vercelli presso alcuni parenti, lui da solo si spinge a Torino, dove nel retro di una drogheria di Via XX Settembre farà la conoscenza di Pietro Gobetti.

Nel 1919 partecipa alla mostra di Cà Pesaro con quattro dipinti: “Una donna” e “Le uova”, per le quali Casorati, in una lettera a Barbantini dichiara di avere una “predilezione”.

Alla Società promotrice torinese presenta cinque opere, tra le più importanti ricordiamo “Tiro al bersaglio” e “Scodelle”e organizza la partecipazione degli artisti veneti.

Casorati, in una lettera inviata a Barbantini che visto il successo di Cà Pesaro è nato il desiderio che nella stessa sala figurasse Rossi, Martini e qualche altro pittore perché l’arte non fosse esibizione inutile di abilità o decorazione o, peggio ancora, commercio.

Nel 1920 Casorati scrisse a Barbantini: ”…non esporrò alla Biennale perché preferisco la compagnia dei pochi che non esporranno alla confusa comunanza dei troppi che esporranno…Vuoi concedermi tu una delle silenziose salette di Cà Pesaro per la prossima esposizione?”

Poi accadde che, per una meschina interpretazione del testamento della duchessa Bevilacqua La Masa, si decise di escludere da Cà Pesaro i pittori “non Veneziani”: Casorati, Carrà, Rossi, Semeghini e Martini.

Casorati la prende molto male dopodiché esporrà alla Galleria Geri Boralevi in estate, dove Casorati rimarrà molto affascinato dalle opere di Cèzanne, la sua arte, secondo Casorati, era sbalorditiva perché le opere di Cèzanne trasmettevano calma, fermezza ed equilibrio, inoltre Casorati trova anche dei difetti che, in questo caso, non lo sono, anzi ne fa tesoro personale per la continuazione della sua carriera.

Nel 1921 Casorati partecipa alla Mostra della Mole Antonelliana, dove espone per la prima volta “Le uova nel cassettone”, tra gli amici di Casorati nel dopoguerra a Torino, due sono i personaggi fondamentali, molto diversi fra loro ma entrambi grandi protagonisti della vita intellettuale della città: da un lato l’imprenditore Riccardo Gualino, mecenate della cultura e grande collezionista, e dall’altro Piero Gobetti, l’autore de La rivoluzione liberale.

Ecco come il figlio Francesco parla di questi amici: «[Quello con Gualino] è stato un rapporto di grande stima e amicizia condiviso da entrambi. Per Gualino, mio padre era un punto di riferimento prioritario, tanto che affidò a lui la progettazione del suo teatrino privato […] Mio padre, poi, come accadeva ai pittori del Rinascimento, è il ritrattista ufficiale dei Gualino.

E non bisogna dimenticare che il sostegno dato da Gualino a mio padre fu in quell’epoca determinante anche tenendo conto che allora a Torino le sue opere non erano affatto popolari ed erano guardate con una certa diffidenza».

Ecco cosa dice Casorati di Torino: ”Vivo a Torino, in questa città antituristica, che amo per la sua misteriosa, non palese bellezza, in questa città enigmatica e inquietante come una cabala che ogni giorno bisogna scoprire e ancora riscoprire, in cui la nebbia è più luminosa del sole, in cui la misura non è mai stata dimenticata e non potrà mai essere dimenticata, in questa città quadrata e squadrettata, solo in questa città potevano nascere i miei quadri”.

La sua pittura è considerata come la quintessenza della “torinesità”, ma sarebbe meglio dire (come ha scritto Maurizio Fagiolo) che è Casorati, con il suo lavoro e anche con il suo insegnamento, a imporre all’arte torinese un certo clima e, forse a inventarlo.

A livello politico, Casorati nei primi anni ’20 è stato vicino a Gobetti, tanto che nel 1923 è stato arrestato per qualche giorno. Ma dopo la morte di Gobetti, che lo aveva fortemente colpito, assumerà una posizione molto prudente e distaccata da ogni coinvolgimento politico.

Il suo rapporto con il fascismo sarà, negli anni successivi, molto diplomatico, senza frizioni tali da compromettere la sua partecipazione alle maggiori manifestazioni artistiche ufficiali.

Nella sua arte non c’è traccia di temi o soggetti funzionali all’ideologia del potere.

Casorati, d’altro canto, ha avuto indubbiamente un ruolo di potere nell’ambito del mondo dell’arte, sia a Torino che a livello nazionale. A Torino, è stato durante tutta la sua vita protagonista della vita artistica, anche come ispiratore di eventi espositivi e culturali finalizzati ad allargare i suoi contatti e a promuovere l’affermazione qualificata della sua arte.

Un’intelligente strategia tesa a porre al centro della situazione, per quanto possibile, la sua personalità e la sua opera.

A livello nazionale, fra le due guerre, ha giocato un ruolo di primo piano all’interno delle Biennali e delle Quadriennali (insieme a personaggi come Carrà, Sironi, Morandi, Longhi), sia come espositore, sia come membro delle commissioni di selezione e delle giurie.

Nel 1923 finisce l’opera “Lo studio” che in seguito sarà bruciato con altri quadri nell’incendio del Palazzo di Cristallo di Monaco, era il quadro che Casorati di più amava.

Nel 1924 ritorna a esporre alla Biennale di Venezia con una sala individuale presentata da Lionello Venturi, il quale ha appena presentato l’artista in casa Gualino e figuano tutte le opere appena terminate di Casorati, l’anno seguente disegnerà mobili e ambienti con Alberto Sartoris, dove tale attività sboccia nella progettazione, fonda con altri artisti la società di Belle Arti “Antonio Fontanesi” dove presenta mostre rivelatrici e selezionatissime di artisti dell’Ottocento e contemporanei, si apre con “L’italiana in Algeri”di Rossini il “Teatro di Torino”.

Nel 1926 due opere di Casorati sono presenti alla Mostra del Novecento a Milano, alla Permanente e altre a Pittsburg alla “International Camegie”, l’anno successivo organizza, con Sartoria, una mostra d’arte italiana contemporanea al museo Rath di Ginevra sarà premiato Matisse quando è in giuria al “Camegie” di Pittsburg.

Nel 1928 riceve la cattedra d’arredamento e decorazione interna all’Accademia Albertina, espone al Museo Puskin di Mosca, Casorati dice che aveva raggiunto una tappa della sua pittura poiché fece l’architetto, lo scultore e persino l’arredatore, il mosaicista.

Nel 1930 sposa, il 9 Luglio, Daphne Maugham che aveva frequentato dal 1926 la sua scuola di Via Galliari a Torino, successivamente acquista una casa in campagna a Pavarolo.

Casorati, nel 1933, disegna scene e costumi per “La Vestale” di Spontini al Maggio Musicale fiorentino, l’anno seguente nasce il figlio Francesco, apre la galleria “La Zecca” con Paolucci, disegna scene e costumi per “L’Orfeo” di Monteverdi all’Opera di Roma.

Nel 1937 Casorati espone in una Mostra antologica nel salone de “La stampa” e all’Academie der  Kunstes di Berlino, riceve il secondo premio alla mostra di Pittsburg dopo Braque, nel 1938 riceve due premi: il primo alla Biennale di Venezia, il secondo all’Esposizione di Parigi dove è nominato cavaliere della Legion d’Onore.

Nel 1954 Casorati è nominato presidente dell’Accademia Albertina, vince il “Fiorino” a Firenze, comincia l’elaborazione di alcuni grandi “smalti” e decorazioni per la nuova chiesa di San Domenico in Cagliari dell’architetto Raffaello Fagnoni, Casorati dipingerà il cartone per il “Trionfo di San Tommaso” e Menzio “S. Caterina da Siena”, l’opera sarà inaugurata nel 1956.

Nel 1961 Casorati è colpito da un embolo alla gamba sinistra che dovrà essere amputata, ma non si scoraggia anzi dipinge sei litografie per i premi Italia della RAI e quattro dipinti per una mostra itinerante in Germania e presenterà nel 1962 ben diciassette opere alla Biennale Veneziana.

Il 1 Marzo del 1963 Casorati morirà nel suo studio dopo una lunga agonia aTorino.

 

FELICE CASORATI A PAVAROLO

Panoramica del paese di Pavarolo (TO)

 

Esiste un motivo per cui il paese di Pavarolo è noto in tutto il mondo, almeno negli ambienti che s’interessano all’arte, poiché il pittore Felice Casorati visse con la sua famiglia e lavorò per gran parte della sua vita.

In questo capitolo si vuole evidenziare il legame tra il pittore e il paese di Pavarolo, perché fu anche il primo sindaco l’indomani della Liberazione.

Che cosa significò Pavarolo per Casorati? Il suo soggiorno in paese fu solo una risposta al bisogno di tranquillità: panorami naturali, silenzio, riposo, si pensa che, in quegli anni, il paese poté offrire qualcosa di più al grande pittore che, osannato e celebrato, continuava a preferire l’umile centro della collina torinese ai clamori delle località alla moda.

Crediamo, e la conferma ci pare di leggerla nelle linee di molti suoi quadri, che i panorami pavarolesi offrirono a Casorati lo spunto per fissare sulla tela valori e concetti immutabili.

La transitorietà delle vicende umane paragonate alla solidità della terra, il gioco delle linee, dei solchi simbolo dell’azione dell’uomo, che modifica, costruisce, disfa; la possibilità per le anime sensibili, di entrare in contatto con la natura e con la storia, sono, forse questi i doni che Pavarolo fece a Casorati.

Dal suo canto, il pittore ha ricambiato questi regali nel modo più elevato che gli era consentito ritraendone le colline, i campi arati, i panorami, ha donato a Pavarolo una briciola d’immortalità.

Il figlio Francesco, da pochissimo scomparso, ricorda il padre: ”La prima volta che mia madre e mio padre andarono a Pavarolo erano appena sposati, si fermarono a pranzare nel ristorante “Da Maria”e mia madre, guardando dalla finestra, vide una piccola casa con un bel cortile e disse a mio padre di comprargliela, ma lo disse per scherzo, ma lui uscì andò dal proprietario, e, dopo aver contrattato per il prezzo, la comprò per davvero.

Mio padre seppe molto dopo che  al contadino apparteneva solo un terzo della casa, le altre parti erano dei fratelli, insomma, mio padre pagò la casa il triplo di quanto avrebbe voluto spendere, ma in origine era una piccola cascina, anche se, nella sua parte centrale, la struttura aveva qualche pretesa di villa padronale.

Mio padre la fece ristrutturare ricavandovi il suo studio affacciato sul verde delle colline circostanti e la fece isolare da un muro che, correndo lungo la strada, la riparava dalla polvere e dal rumore”.

Dal 1931 in poi, la casa di Pavarolo divenne residenza estiva della famiglia Casorati.

All’inizio di Giugno, con il suo carro, dal paese partiva Ghiti, di professione trasportatore, in compagnia della moglie e della robustissima sorella, a Torino caricavano le masserizie dei Casorati (a quei tempi le “seconde case” sovente avevano solo i muri, non l’arredamento completo) e muovevano alla volta di Pavarolo.

Era un viaggio che durava un giorno intero, interrotto dalla sosta nei numerosi bar lungo il tragitto, che si ripeteva all’inverso in autunno, ai Santi quando era il momento di ritornare a Torino, la grande città.

OPERE PER LA FIAT

 

“Incanto notturno”

 

La Fiat commissionò a Casorati questo lavoro per il lancio della “600” nel 1955.

E’ un quadro di dimensioni enormi: 4 metri per 2,60 e composto da quattro parti.

Vennero usati colori a tempera che danno la luminosità necessaria a far risaltare le varie tonalità dell’azzurrino della Fiat “600” al blu cobalto ed al blu oltremare.

La prospettiva è dal Monte dei Cappuccini e si nota la Gran Madre, la Mole Antonelliana ed il Po.

Sullo sfondo le Alpi.

Opera “Incanto notturno” 1956

Questo dipinto divenne immagine simbolo della Torino industriale.

 

LA COLATA IN FONDERIA

L’opera risale al 1960.

Anche questo è un quadro di grandi dimensioni ed ora fa parte del nuovo allestimento del Centro Storico Fiat.

“La fonderia” del 1960 esposta al Centro Storico Fiat

La pittura è monocromatica, sul grigio, ad indicare lo sforzo e la sofferenza degli operai che lavorano nelle Acciaierie della Fiat.

 

VITTIME

 

L’opera è del 1961.

Questo pannello mosaico dovuto alla grande fantasia artistica dell’autore, è simbolicamente dedicato alla memoria dei piloti che hanno perso la vita nelle corse automobilistiche.

Dedicato ai piloti morti durante le corse

Si trova presso il museo dell’Automobile di Torino e venne donato al museo dell’Associazione Nazionale Corridori Automobilistici Italiani (ANCAI).

 

 

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