COME GUIDAVANO GLI ITALIANI (2° parte) L'articolo spiega la condotta di guida nel dopoguerra e le abitudini degli italiani

Il Bailey è un tipo di ponte metallico costituito da elementi modulari.

Progettato per scopi militari, permetteva il transito di carri armati e di mezzi pesanti e non necessitava di mezzi particolari per la sua costruzione.

Ponti di questo tipo vengono ancora realizzati quando sia necessario ripristinare provvisoriamente il collegamento stradale tra due sponde di un fiume qualora un evento naturale, ad esempio un’ onda di piena, abbia distrutto o reso inagibile il manufatto originario.

L’acqua minerale non esisteva così come altre bibite: si poteva trovare qualche gazzosa, un’ acqua dolciastra quasi esplosiva.

Del resto gli italiani, in quell’anno fatidico, 1945, erano una razza del tutto speciale che è oggi purtroppo scomparsa.

Erano tutti molto magri, vestiti di abiti rivoltati con le toppe e calzavano scarpe di tipo autarchico, se le suole erano bucate, i ciabattini vi incollavano sopra delle suole di gomma (pezzi di pneumatici) e così le scarpe diventavano “tipo carro armato”.

Magri, malvestiti, qualche volta poco lavati (il sapone tardava ad essere prodotto) ma incredibilmente gentili e amichevoli, negli anni più bui della guerra era nata tra gli italiani, salvo rare eccezioni, la solidarietà vera: ci si scambiavano gli scarsi cibi, ci si aiutava in tutti i modi possibili, ci si interessava dei casi altrui che spesso erano drammatici.

L’egoismo era quasi scomparso, ci si sentiva membri di una collettività solidale, le decisioni politiche erano considerate come infortuni e malattie.

La ferocia di repubblicani di Salò e/o partigiani di ogni colorazione era narrata e accettata come una disgrazia o una calamità.

Gli italiani, poi, eccettuati i pochi proprietari di automobile, che erano i “ricchi” e qualche autista, non sapevano guidare, ne erano interessati ad imparare perchè non avevano i soldi per comprare un’automobile.

Nel 1945 poi la Fiat, la Lancia e l’Alfa Romeo stavano ancora sgombrando le macerie dei loro stabilimenti e solo verso la fine dell’anno uscì dalla catena di montaggio qualche contesissima vettura.

All’inizio del 1946 i concessionari avevano riaperto i loro negozi, che però malinconicamente vuoti oppure mostravano qualche auto “Non in vendita-Campione per esposizione”, però raccoglievano ordini e le relative caparre per consegne a 6-8 mesi o più.

Di colore della carrozzeria non era nemmeno il caso di parlarne quello che arrivava era buono.

Nelle filiali Fiat arrivavano i primi gruppi di 500 e 1100 con la fatidica parola “deliberato” scritta sul parabrezza con il gessetto giallo.

L’interno delle auto era foderato con carta da pacchi attaccata con gli adesivi perchè la plastica non era stata ancora inventata.

 

 

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COME GUIDAVANO GLI ITALIANI (1° Parte) L'articolo spiega la condotta di guida nel dopoguerra e le abitudini degli italiani

Appena terminata l’orribile, seconda guerra mondiale, il panorama motoristico italiano, intorno al 1945, era molto triste.

Sopravvivevano poche migliaia di automobili degli anni ’20 e ’30: soprattuttto Fiat 500 A, Balilla, 1100, 1500, alcune molto ambite Lancia Aprilia, ben poche Alfa Romeo e qualche lenta Bianchi 59.

Questi veicoli, che erano stati nascosti nei luoghi più impensati come cantine e fienili, erano più o meno in cattive condizioni.

Mancavano i pezzi di ricambio e soprattutto i pneumatici. Fioriva un mercato nero di gomme seminuove o “ricondizionate”, con prezzi altissimi.

Spesso si incontravano automobili con gomme di marca diversa, e quelle ricondizionate o rigenerate erano inaffidabili e scoppiavano o perdevano il battistrada.

Le forature erano comunissime e fiorivano le officine con gommisti provvisti della classica bacinella per individuare la perdita sulle camere d’aria e incollare sul buco un pezzetto di gomma rossa, che però durava ben poco e si scollava: anche il buon mastice era raro.

Ma il vero problema era la benzina, se ne trovava del tipo rosso, quella usata dalle truppe alleate, ma era un reato comprarla da qualche militare disonesto.

Incredibili i controlli stradali della MP (Military Police): se la benzina risultava del tipo rosso, i militi sbrigativamente accendevano un fiammifero e lo buttavano nel serbatoio dell’auto o della moto, con risultato prevedibile.

Trovate le gomme e la benzina, occorreva poi il permesso di circolazione, ma qui la proverbiale inventiva degli italiani confondeva o convinceva gli ingenui sergenti o caporali americani e inglesi della indifferibile necessità di un viaggio.

E così, nel 1945 e all’inizio del 1946, ci si poteva mettere in viaggio, il che poi si rivelava un calvario, perchè le strade erano tutte dissestate e con enormi crateri delle bombe riempiti alla meglio e il traffico era enorme: sì, enorme, ma parlo di quello dei camion Dodge e delle Jeep degli alleati, i quali guidavano in maniera pericolosisssima con frequenti incidenti.

Dopo ore di sobbalzi e di attesa ai traghetti sui fiumi, tutti i ponti erano stati distrutti e quelli Bailey erano insufficienti, uno poteva anche sentire fame o sete ma difficilmente trovava cibo se non nelle osterie fuori mano.

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Stazione servizio “Esso” anni ’50
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Pubblicità d’epoca per Fiat “Topolino”

 

 

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